Il Knowledge Management e la collaborazione

Per uno che da anni si occupa di gestione della conoscenza nelle aziende sentirsi dire che il Knowledge Management, come spesso la si intende, può sembrare strano. E’ quanto afferma Don Tapscott, autore insieme a Anthony D. Williams, del libro Radical Openness: Four Principles for Unthinkable Success (TED Books, January 2013) su www.mckinseyquarterly.com.

Eppure, a pensarci bene, è qualcosa che abbiamo sempre sostenuto. “Knowledge management” non è e non può essere la semplice “gestione della conoscenza”, quel prendere ciò che sappiamo impacchettarlo per bene e sperare che qualcun altro possa in qualche modo trarne vantaggio. Una sorta di “nozionismo sistematico” con il quale individuiamo nozioni, le categorizziamo, le etichettiamo, archiviamo e poi le riutilizziamo quando servono.

La Conoscenza è ciò che sta nel cervello delle persone, anzi è ciò che gli dà forma. Se la estraiamo dal suo ambiente naturale è nozione, informazione, dato, ma non più Conoscenza.

Se ci arrendessimo però a questo fatto dovremmo pensare che non possiamo insegnare ad altri. Possiamo farlo?

Senz’altro. Ma dobbiamo riconoscere che l’insegnamento non è una semplice comunicazione di nozioni, ma è un educare. E dobbiamo chiaramente capire qual è l’obiettivo del nostro “educare”.

Se applichiamo tutto questo all’ambito aziendale, ben si capisce che non è come a scuola, in cui esiste un solo insegnante in cattedra e gli alunni di fronte (struttura che, secondo me, andrebbe cambiata), ma è un insegnamento o educazione reciproca, il cui obiettivo è imparare a fare per migliorarsi continuamente reciprocamente. Io faccio vedere a te, tu porti il tuo contributo, un altro trova il nuovo pattern, e così via.

L’educare quindi assume una nuova forma, che è quella del collaborare.

Gli strumenti del “Knowledge Management” quindi devono assumere nuove forme. Oggi lo strumento che meglio descrive questo processo è il “social media”, che forse però dovremmo in questo ambito ribattezzare “collaboration media”. Che sia il migliore in assoluto, non saprei, ma certamente, se applicato in modo idoneo -e affiancato da altri facilitatori di relazioni- è un ottimo strumento per cogliere e mettere a frutto l’esperienza che circola nelle aziende.